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La preghiera come azione politica

 

di Bruno Napoli


In questi tempi difficili ed incerti sotto tanti punti di vista, c’è necessità di tornare a parlare di politica come vocazione. L’impegno politico è un impegno “tragico” perché, come ogni chiamata, porta con sé fatica, coerenza e persecuzione.

“In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto a terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

Se questa parola è vera per ciascuno di noi, lo è in modo del tutto particolare, per chi in minima o in massima parte prende su di sé il peso di una porzione di bene comune. La nostra vita trova senso, sapore e spessore quando amiamo donandoci. Questo lo si può fare solo nella categoria del tempo e determinate situazioni richiedono una scelta in perdita, altrimenti parlare di vita donata, di vita di servizio, sono solo parole vuote e velleitarie.

Quanto appena detto dovrebbe valere per tutti gli uomini e le donne impegnati in politica ma a maggior ragione per i cattolici, manda in crisi tanti che, pur dichiarandosi cristiani, si trovano sganciati da una vita di fede e di comunione ecclesiale. Tale condizione porta spesso a dire: “io da cristiano penso questo, ma da politico faccio un’altra cosa“ perché non percepisce il suo compito come vocazione, cioè qualcosa che è suo ma va oltre se stesso, appartiene ad una comunità.

Nel 1964 Giorgio La Pira scriveva all’amico Fanfani in questi termini: “il problema storico e politico fondamentale per un cristiano è questo: prendere coscienza del tempo storico in cui si trova, della stagione storica in cui si trova, della giornata storica in cui si trova, come il contadino prende coscienza della stagione in cui si trova, per aiutarla a svolgersi, per aiutare il piano di Dio ad avere attuazione, cioè prendere coscienza della volontà di Dio, del piano di Dio, accettarlo ed operare, pregando, riflettendo, agendo per esso.”

Il nostro intelletto, devastato dal peccato, senza la grazia dello Spirito Santo, non sa pensare bene; perché invece possiamo iniziare a pensare per il bene abbiamo la necessità di entrare in questa corrente di grazia tramite la preghiera.

La preghiera è il mezzo mediante il quale Dio ti “ripulisce” la testa, è ciò che ti da la possibilità di ben pensare, perché il fatto di pensare non è garanzia che io stia pensando il vero.

In una puntata del programma “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli parlando del sindaco di Firenze il presentatore intitolò la trasmissione in questo modo: “1949-1953 – Giorgio La Pira – La fantasia al potere”.

Chi è che poteva dare a La Pira la fantasia per prendere decisioni originali nel tempo in cui ha servito il bene comune? Le sue capacità personali? Senza dubbio ci sono delle capacità personali delle quali la potenza di Dio chiesta nella preghiera si serve, la preghiera permette però di avere gli occhi per “bucare” la storia, per “leggere” la storia con modalità diverse da tutti gli altri.

La preghiera è causa prima dell’impegno politico.

È evidente che la Pasqua di Cristo è già certezza che la Verità, la Bellezza ed il Bene saranno l’ultima parola della storia; allora l’impegno politico se da una parte è “tragico”, dall’altra è pacificato sapendo che il politico è solo la causa seconda, Dio è la causa prima.

Mettersi davanti a Dio e stare in preghiera significa ricordarsi che Egli è il creatore e che quindi l’uomo può fare tanto ma non tutto, non l’impossibile: questo spetta a Dio. Allora può pregare solo chi è umile; infatti la preghiera produce umiltà ma anche la richiede, dove essere umili non vuol dire “non so fare niente, non sono capace” ma la consapevolezza che in ultimo è Dio che opera, è Lui che regge il mondo.

Il primo frutto della relazione del politico con la preghiera è certamente la possibilità di fuggire l’angoscia, l’onnipotenza che, se temporaneamente può esaltare, in ultimo produce frustrazione perché ci sarà sempre qualcosa che sfuggirà al suo controllo; solamente un uomo che sa pregare può avere la forza di caricarsi dei problemi di una città, di una provincia, di una regione, del mondo … solo chi entra in intimità con il Creatore può portare avanti questo compito.

Entrare in quest’ambito di preghiera, che nell’opinione della maggioranza è superfluo anzi irrilevante ma che se invece abbiamo un cuore “scaldato” dall’amore di Dio sappiamo essere scelta fondante, è guardare un modello e ricavarne chiaramente delle indicazioni.

Qual è quindi l’esemplare che il politico contempla quando prega? La Trinità.

Perché nella Trinità, tra gli altri, ci sono due valori che interessano in particolare il politico, ossia l’efficienza e l’interpersonalità. Le tre persone della Trinità sono al massimo grado di efficienza, sono creative l’una per l’altra e tutte e tre a favore dell’uomo e del mondo, sono anche al massimo grado di interpersonalità perché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo si donano completamente l’uno all’altro pur rimanendo persone nella loro singolarità.

Quindi se non abbiamo problema a capire cos’è l’efficienza, forse ci dobbiamo domandare: ma cosa è l’ìnterpersonalità? È trattare l’altro come persona, per quello che è e non per quello che fa, come persona portatore di diritti e di doveri; la persona non può mai essere trattata come mezzo ma sempre come fine.

Ecco allora che il politico deve essere “sveglio”, pratico, certo che deve risolvere i problemi, però se sai di aver davanti una persona creata ad immagine e somiglianza di Dio con una dignità altissima, questo determinerà una politica piuttosto che un’altra. Allora una buona politica è sempre bilanciata tra il valore dell’efficienza e dell’interpersonalità, se ne manca uno o questi valori non sono in equilibrio, siamo di fronte al governo di tecnici che hanno la visione di un problema, di un dato, ma non hanno purtroppo la visione dell’uomo nella sua integrità.

Per chiudere penso sia importante citare ancora chi della preghiera ha fatto la sua arma migliore; Giorgio La Pira nel 1974 diceva: “ (…) il vero politico, cioè colui che sa cogliere il movimento profondo della storia, non può disinteressarsi della preghiera, perché essa mette in moto e purifica le energie profonde che influiscono nella storia. Essa è fatta non soltanto dall’economia, dalla politica in senso tecnico, dai fattori sociologici, c’è un altro fattore: l’orazione. Questo è il vento dello Spirito che viene e ti scuote, che solleva l’uomo dalla sua situazione d’impotenza e gli infonde le energie necessarie per cercare per sé e per gli altri la liberazione. La nostra conversione non è un atto pietistico ma un atto politico, vuol dire contribuire a che il piano di Dio si realizzi nella storia”.



 

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