[Scarica PDF]

Giorgio La Pira: la preghiera

 

di Riccardo Maccherani


Si racconta che una mattina dell’autunno del 1953, molto presto, tra le 4,30 e le 5, Giorgio la Pira abbia alzato il telefono e svegliato l‘amico Enrico Mattei sulla sua linea riservata: “Enrico, mi devi salvare la Pignone, ci sono 2000 operai che rischiano la disoccupazione!”. Mattei piuttosto irritato per l’interruzione del sonno, rispose seccato che non si occupava di quelle cose ma di petrolio, di benzina di carburanti… La Pira ribatteva con il più spontaneo candore “Ma me lo ha detto la Madonna: Enrico Mattei ti salverà la Pignone”; e Mattei ribatteva: ”Ma vi sarete capiti male!...”

Lo stesso giorno Enrico Mattei si metteva al lavoro e nel Gennaio del 1954 la ditta fu acquisita dall’ENI (dello stesso Mattei) con il nome di Nuovo Pignone ancora oggi in attivo.

Questo episodio riferitomi da un amico di un ingegnere della Nuova Pignone, riflette il carattere della vita interiore – che è poi la preghiera – di Giorgio La Pira.

Una preghiera semplice, spontanea, limpida, attiva, senza remore o contorsioni, fiduciosa, ingenua, di quella ingenuità dei puri di cuore, che riflette un farsi fanciullo affidandosi al Signore, un continuo dialogo confidenziale con la sorgente di vita, una donazione senza calcoli e senza mezze misure, ravvivata anche da una sottile linea umoristica, da un sorriso vero e che veniva dal profondo del suo cuore, come si vede sovente anche dalle immagini e i filmati che lo ritraggono.

In uno dei Suoi scritti tra i più importanti, “La nostra Vocazione Sociale” la cui prima edizione risale al 1944, in piena guerra mondiale, La Pira nell’introduzione così delineava la potenza di fede della sua riflessione. Ponendo il problema di cosa debba fare un autentico cristiano, uomo di fede dinanzi “..a questa prospettiva di dolore e di pianto..” coinvolge il lettore, che chiama subito “fratello” nella Sua vita di preghiera considerando di dare per scontato “…il problema della nostra totale adesione interiore a Dio che ci chiama… cioè che il valore del primo comandamento splenda nell’anima nostra in tutta la sua infinita bellezza, suppongo fratelli che la purità sia la luce della nostra mente, tutta immersa nella contemplazione di Dio, suppongo che l’orazione sia il calore sempre vivo della nostra volontà tutta penetrata nell’amore di Cristo; suppongo che la speranza renda “audace” oltre ogni dire la speranza dei beni eterni!” “...il Paradiso non è per noi una realtà totalmente straniera alla nostra sperimentazione: è di là nel piano di sopra; ma talvolta, dalla piccola terrazza dell’anima noi ci siamo affacciati qualche istante per contemplare le infinite distese di luce del regno eterno!”

Qui Giorgio La Pira rivela tutta la profondità della Sua esperienza mistica di preghiera e nello stesso tempo incalza il lettore – fratello – e se stesso – con il “secondo” (comandamento): “che cosa c’è da fare – come laici – ?” E afferma: “Il nostro piano di santificazione è sconvolto. Noi credevamo che bastassero le mura silenziose dell’orazione! Credevamo che chiusi nella fortezza interiore della preghiera potessimo sottrarci ai problemi sconvolgitori del mondo; e invece nossignore; eccoci impegnati con una realtà che ha durezze a volte invincibili, una realtà che ci fa capire che non è una pia espressione l’invito di Gesù: ...prendi la tua croce e seguimi.”

“Bisogna lasciare, pur restandovi attaccato col fondo dell’anima, l’orto chiuso dell’orazione; bisogna scendere in campo; affinare i propri strumenti di lavoro riflessione, cultura, parola, lavoro ecc, altrettanti aratri per arare il campo della nuova fatica, altrettante armi per combattere la nostra battaglia di trasformazione e di amore.

Trasformare le strutture errate della città umana, riparare la casa dell’uomo che rovina! Ecco la missione che Dio ci affida! Tu mi dirai: ma è proprio questo il nostro compito? Non potremmo puntare più a fondo sull’orazione? E’ proprio necessario occuparci di tutto questo vasto complesso di problemi che distraggono l’anima dall’unico necessario?

La risposta è precisa: l’orazione non basta; non basta la vita interiore; bisogna che questa vita si costruisca dei canali esterni destinati a farla circolare nella città dell’uomo. Bisogna trasformarla la società!”

Il La Pira continua con l’esempio dei padri e dei dottori della Chiesa e conclude il capitolo affermando che il cristiano ha un amore operoso ed efficace che non sente mai nausee e stanchezze. “…L’orazione non sarà allora legittimazione della nostra pigrizia, ma fermento vivo ed illuminante dell’opera nostra. Avanti la Madonna è con noi e a questa fatica ci sprona”.[1]

Mi pare che questa citazione sia l’incipit della preghiera per Giorgio La Pira e credo per ogni cristiano, cattolico o no che abbia lasciato entrare Cristo nel suo cuore.

Leggevo di recente un libretto di Don Zeno il fondatore di Nomadelfia, quasi coetaneo di La Pira, anche lui portatore di una vera alternativa di vita, dal titolo “L’uomo è diverso” (1° edizione 1956): vi ho trovato tante assonanze con la spiritualità Lapiriana.

Don Zeno affermava in quel suo libretto: “Che cosa facciamo su questa terra? Cristo è la risposta. E chi va a Cristo trova se stesso e vede la vita, e vede che non è una bestia. Vede che è immortale, vede la terra, vede le stelle, vede l’universo vede tutto: vive. Costruite macchine? Egli vi impone di usarle a maggior sollievo e dignità del genere umano. Coltivate le terre? Egli vi impone di seguire le leggi precise della natura, rendendo la terra fertile di ogni bene. Vi dedicate alla cultura? Egli vi impone di dire la verità… Siete uomini politici? Chi comanda deve servire, cioè deve realizzare la giustizia che è “dare a ciascuno il suo”. E’ il diritto alla vita e ai mezzi necessari alla vita…[2]

Non possiamo non commuoverci di fronte a queste professioni di fede e di amore, soprattutto di avere quel cuore pulsante come il cantore del salmo 136, vv. 5,6 “…Se ti dimentico Gerusalemme, si paralizzi la mia destra; mi si attacchi al lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia...”

Ebbene mi pare di vedere una bellissima continuità tra quel cantore di 2000 e più anni fa e Giorgio e Don Zeno e molti altri uomini dei vera fede e mi pare poter fare qualche breve considerazione.

La preghiera è il nostro più vitale impegno.

Dalla parabola dell’evangelista Luca del cap. 18° sulla vedova e sul giudice iniquo, al Catechismo della Chiesa Cattolica emerge chiaramente la necessità di pregare sempre! La preghiera non è tanto un precetto o un invito quanto una necessità, un bisogno insopprimibile del cuore umano. “Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo perché l’uomo è stato creato da Dio per Dio” (CCC, 27).

L’apostolo Paolo si sintonizza sulla lunghezza d’onda del Maestro Gesù e, rivolgendosi alle prime comunità cristiane, raccomanda : “Siate perseveranti nella preghiera e dedicatevi senza sosta alla preghiera di ringraziamento” (Col 4,2). Scrivendo alla comunità di Efeso, esorta a “pregare senza interruzione, con invocazioni e suppliche di ogni genere” (Ef 6,18). E chiudendo la lettera alla comunità di Tessalonica, ricorda: “pregate incessantemente” (1Tes 5,17).

Il dialogo con il Signore riveste quindi carattere di necessità. E ciò come è necessaria la luce agli occhi, l’ossigeno ai polmoni, il cibo allo stomaco. Per questo i santi Padri affermano concordemente che la preghiera è il respiro dell’anima, il respiro di tutto l’essere umano.

Tutta la giornata se scandita nella preghiera si trasforma e la qualità della nostra vita diventa eccelsa: è per il credente una vera e propria “azione” che qualifica tutte le ore delle nostre giornate.

Proprio questo ha fatto Giorgio La Pira quando vegliava in preghiera durante le notti o quando rifiutava gli impegni mondani per raccogliersi in preghiera o quando sapeva trasmettere quella gioia di vivere ed agire come nell’episodio con Enrico Mattei.

Vorrei infine citare tre modelli di preghiera che ritengo fondamentali su cui ho riflettuto in recenti esercizi spirituali predicati da P. Ubaldo Terrinoni e di cui riporto la sintesi della sua meditazione che ho fatto mia e che offro ai lettori.

“Maria di Nazaret si offre a noi nel vangelo come splendida icona di orante. Nella grotta di Betlem si immerge pienamente nel grande evento dell’Incarnazione che la coinvolge in prima persona. E Luca annota nel vangelo: “Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19-51). Al banchetto di Cana è proprio Maria che si accorge, prima di ogni altro, che quegli sposi stanno correndo il tremendo pericolo dell’esaurimento delle scorte di vino. Quella festa può trasformarsi in una cocente umiliazione. Perciò, lei si affretta a rivolgere una preghiera a suo Figlio: una preghiera breve, essenziale, discreta: “Non hanno più vino” (Gv 2,3). Gli presenta una urgenza senza imporre una soluzione; evidenzia un delicato caso umano e poi si rimette pienamente alla sua decisione.

Il pubblicano della parabola riferita da Luca (18,9-14) rivolge a Dio nel tempio poche ed essenziali parole e, per giunta, ripetute con sincerità: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”(Lc 18,13). È consapevole di non avere le credenziali dell’onestà, della lealtà, della rettitudine…, sa di essere immerso nella miseria morale e nel peccato e di aver elevato l’inganno a stile di vita. Ora, nel tempio, alla presenza del Dio tre volte santo, procede al riconoscimento umile e sincero della sua situazione di peccatore. Gesù, nel tratteggiarlo, lo illustra con quattro importanti particolari: sta “a distanza” in fondo al tempio, non osa alzare gli occhi al cielo, si batte il petto e ripete sommessamente la breve implorazione: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”

All’inizio del libro degli Atti, l’autore presenta la prima comunità cristiana in costante atteggiamento di preghiera, e usa due termini molto indovinati: “…tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera” (At 1,14). I due termini stanno a dichiarare che quella comunità sta salda ed è unita in profonda comunione fraterna per “la forza” della preghiera. La preghiera è per loro quel che l’albero robusto è per l’edera; questa si abbarbica all’albero e si eleva rigogliosa molto in alto. Se però viene tagliato l’albero, l’edera crolla per terra, perché non ha più il sostegno. Così altrettanto stretto è il rapporto tra preghiera e comunità; quest’ultima resta saldamente unita in comunione per “la forza” della preghiera.

Vita e preghiera, in tutti noi devono costituire uno stretto binomio: l’una richiama l’altra. E non è questione di molte preghiere, di formule, di invocazioni, cioè non è questione di quantità, bensì di qualità della nostra preghiera. Gesù, al riguardo, è preciso e chiaro: “Quando pregate, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole” (Mt 6,7).

Chi prega fa succedere sempre qualcosa; non esiste pertanto la preghiera innocua o inutile. Al contrario! La preghiera, anche quella più modesta e silenziosa, è la più radicale e travolgente forza rivoluzionaria. Quindi è saggio pregare e prendere le distanze da quanti ritengono che il dialogo con Dio sia un alibi, un’evasione dai veri problemi della vita, un’alienazione dalla realtà concreta, quotidiana. A queste insidiose insinuazioni risponde Paolo VI: “La preghiera non è un’evasione, ma un’invasione del divino nella vita”. Il tempo della preghiera è quello in cui siamo intensamente dinamici e molto fruttuosi.

Credo infine che questi tre modelli di preghiera vissuta si attaglino molto bene al carattere di Giorgio La Pira. Maria è costantemente presente nei suoi scritti, definita “la dolce regina del mondo” è invocata ad affrettare con la sua intercessione la maturazione dell’epoca della Regalità di Cristo ed emerge con Lei nello stesso tempo un dialogo intimo e fattivo, un dialogo senza riserve.

Il pubblicano è rappresentato in modo creativo da Giorgio: non solo nella sua vita di preghiera con le frequenti confessioni e gli esercizi spirituali, ma anche con la scelta di povertà che rasentò l’indigenza e che fu caratteristica costante di tutta la sua vita; ma soprattutto per aver realizzato uno spirito di servizio ed una umiltà che nel campo politico è la cosa più difficile da mantenere – ammesso che sia presente in qualche politico – o da coltivare; La Pira è uno dei pochissimi che abbia realizzato in sé questa virtù, e per questo è senza riserve un modello di vita da fare proprio nella nostra particolare situazione di lavoro e di vita.

Poi il carattere della prima comunità cristiana è la Sua utopia, il Suo avvento dell’epoca della regalità di Cristo che Lui vedeva profeticamente aprirsi con la fine delle ideologie totalitarie e che si sta lentamente e pur faticosamente avverando. Un società più giusta non è forse quella in cui al di là delle ideologie regni il primato della carità? Quello che Giorgio ci insegna è leggere gli avvenimenti in questa prospettiva, portare nel cuore questa lettura e saperla trasportare nelle nostro agire.



[1] In Giorgio La Pira: ”La nostra vocazione sociale” a cura di Massimo Di Giuseppe; Roma 2004, pagg 41,44.

[2] In Don Zeno di Nomadelfia: “L’uomo è diverso”; ed. di Nomadelfia, Roma 1999 pag. 53, ss.

 


 

[Home]